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Se anche le calcografie del 1809 e del 1828 di Bartolomeo Pinelli riproducono il costume privo di lacci, l’ottocento è da considerare il secolo più importante per la storia della moda scannese, pieno di sorprese e com'è. Infatti il 1852 è l'anno in cui finalmente i tanto misteriosi cordoni fanno ufficialmente ingresso nella storia.

Lo storico scannese Giuseppe Tanturri (1823-81) in quell’anno, per la prima volta fa di essi oggetto di osservazione descrivendoli in ogni particolare     (8.Monografia di Scanno, sta in «Il Regno delle Due Si cilie descritto e illustrato » Vol. XVI an. 1852 fasc. 11; il testo è riportato anche dal COLAROSSI-MANCINI op. cit. pp. 189-91 senza citare però la fonte. Non possiamo non far notare qui come ad Anzio, ancor oggi, le donne ornano di una treccia posticcia di color verde o rossa o nera, secondo se nubili, maritate o vedove.).

Prima di entrare nel vivo delle osservazioni che i vari documenti offriranno alla nostra considerazione, leggiamo anche questa descrizione minuta del costume, diciamo moderno, da raffrontare con quella già letta, del Torcia, su quello antico:

«Le donne indossano panni se non di lana. La gonnella, che non impropriamente chiamiamo casacca, è di colore verde-cupo, scarlatto negli sponsali. con fitte pieghe al di dietro; che raccoglie e congiunge da un pezzo di panno a foggia di camiciuola, tolgono a chi la indossa ogni garbo di vita, la quale perciò non rimane che pochissimo spezzata, cambrèe, come direbbero i francesi.

Il giustacuore, comodino, diviso dalla gonnella. è. di panno turchino scuro, a larghe maniche pieghettate sulla spalla e ne’ polsi ed è guarnito di fettuccia colorata nell’estremità. Nel davanti chiude esso il petto quasi fino al collo: nel di dietro ha piccola faldina sporgente ad uso di coda; ma nuovo e bizzarro è il modo di stringerlo ed abbottonarlo. Divisa la lunghezza delle sue faldine in tre parti, nella prima parte superiore sono quattro bottoni di argento disposti verticalmente che le chiudono; nel mezzo sono altri sei bottoni disposti in due ordini su un piccolo pezzo quadrilatero intagliato che chiamano pettiglia, e nella parte inferiore vengono chiuse con quattro ciappolette, grappi anche di argento, le quali in certo modo stanno a sostegno della non piccola dovizia del petto. Nel giro del collo il comodino, è guarnita di merletto increspato, che fa parte della sottostante camicia.

Il grembiule denominato mantera, suol’essere di tessuto di lana non gualcato, e di colore scarlatto, o cremisi o cinerino o violetto.

Dividono i capelli dal sincipite all’occipite in due porzioni che accolgono posteriormente in due ciocche; le quali intrecciate vagamente con lacci di seta di vari colori girano sul capo a mò di corona, lasciando dietro le orecchie due trecce con bel garbo disposte a semicerchio, le quali solamente son visibili., mentre il rimanente resta più o meno coperto da un’originalissimo cappelletto.

E’ il cappelletto una specie di turbante che diversifica da quello mussulmano perché di poco più alto, con coda più lunga, per nulla increspato nel davanti, ed è amovibile senzaché resti scomposto. La tocca, il fasciatoio e il violetto ne sono i componenti. 

La tocca è una fascia di bambagia a più pieghe, alta mezzo palmo circa, che si avvolge dalla fronte all' occipite da questo a quella, e costituisce, direi, quasi l’ossatura del cappelletto. Il fasciatoio è un pezzo di merinos, ovvero di tessuto di lana non gualcato, di colore turchino-scuro, della forma di un asciugamani, la cui metà spiegano sul vertice, nel mentre adattano il lembo destro sul sinistro e l’estremità anteriore rovesciano sulla posteriore facendo rimanere dalla fronte in su un quadrilatero più o meno alto; e quindi compiegare il lembo sinistro sul destro, arrotondano gli angoli anteriori, e ritengono con spille nel di dietro all’orlo superiore della tocca le due parti ristrette, che vanno così a cadere penzoloni fin presso alla regione infrascapolare.

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