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Sia la riproduzione conservataci dal piatto in ceramica (Fig. 1) che i corredi dotali citati, concordano nell' assegnare al copricapo, fin dai secoli XV-XVI, una forma di un vero e proprio turbante; carattere questo che influì in modo sensibile sull' opinione di molti studiosi nel considerare il costume scannese una genuina e diretta importazione orientale: rotondo, fasciava e avvolgeva completamente il capo, nascondendo così i capelli e lasciando ricadere sulle spalle due lunghe code; mentre oggi ha tutto il carattere di uno specifico per quanto strano copricapo, il cui nome dialettale di cappellitto è pienamente giustificato.

I capelli secondo quanto testimoniano i dotali dei secolo XVII, venivano preventivamente raccolti in reticelle (rezzole) sull’uso delle quali fino a tempi a noi vicini ce ne conferma il Celidonio: « Le rizzole si usarono da qualcuna di condizione agiata e col cappellino sin quasi a memoria nostra ».  ----- (3.Op. cit., p. 17).

In un corredo dotale del 1643 sono elencati:
«...cinque fasciaturi da capo di donna di lana; due lavorati con lana e bambace e francette attorno, uno rosesecche lavorato con filo bianco, uno verde lavorato di lana bianca e rossa e uno marancino lavorato di lana bianco; tre para di rizzole, una di seta di capisciola sei panni di capo cioè tre mantili e tre violitti».

La mancanza dei lacci, riscontrata anche in altri documenti si spiega solamente col fatto che essi erano allora ignorati, e la loro presenza, documentata solo molto tardi, sta a provare come i lacci rappresentino una fase di trasformazione subita dal costume stesso. Già da questo, e da quanto ancora andremo ad esporre, la troppa sostenuta ipotesi dell’antichità del costume scannese viene automaticamente a perdere ogni sostegno di verità.

In un dotale del 1715, presso di me ----- (4.Lo pubblicai nell’art. cit.), ----- nella scrupolosa descrizione di uno dei più ricchi corredi pervenutici, ancora ai cordoni nessun accenno; come pure sono assenti in quella riproduzione del costume scannese su una grande coppa in porcellana conservata nella raccolta del Marchese Guerrieri Gonzaga, preziosa opera della Reale Fabbrica di Capodimonte (1735-59), in cui la donna ivi raffigurata indossa un turbante avente la calotta in scarlatto, contornata da lunga banda ricamata in oro, con capelli non avvolti in lacci, gonna rossa listata da piedi in verde, giallo e bianco ----- (5. DI RIENZO: Dalla rezzola ai lacci, dal turbante al cappellitto, in LA FOCE, 1952, n. 3).

Alcuni decenni più tardi (1789) il Liberatore, parlando delle nostre donne nota solamente che esse: "vestono panni rossi, con degli scarlatti in sulla testa, con delle collane di monete di oro ed altri ornamenti similmente d’oro" ----- 6. Ragionamento sul Piano Cinqueimiglia, Napoli, Manfredi, 1789..)

Il 1700 si chiude offrendoci un importantissimo documento, il solo rimastoci, che interessa il costume antico, costituito dalla minuziosa descrizione di questo, dovuta a Michele Torcia che soggiornò per alcun tempo a Scanno, dove ebbe modo anche di descrivere con dovizia di particolari, gli usi e costumi e la vita quotidiana in quel paesino, nella sua preziosa opera: Saggio Itinerario Nazionale del Paese de’ Peligni fatto nel 1792 da M. Torcia. Napoli 1793.

Ne riportiamo integralmente il testo:

"La gonnella di panno è di tinta immarcescibile paesana, a segno che neppure l’urina del gatto la stinge: è poi tagliata a guisa di toga o stola sino ai talloni lavorata colle loro mani. Viene ornata nel lembo da varie fascie posta una sopra all’altra di scarlato, o di vellutino in seta color diverso da quella della toga. Le maniche strette nella parte superiore sono guarnite di nocchettini di fettucce. in guisa d’un grazioso ricciato dall’omero al polso, di colore anche differente dal fondo del panno. Le cuciture delle maniche sono ornate di liste di scarlatino, o vellutino corrispondenti e legati insieme da un lavoro che con vocabolo paesano è detto interlacci. Il petto e la schiena della gonna sono parimenti ornati con simile lavoro. La pettina chiusa da due grappi di argento in forma di bulle antiche sulle due mammelle viene stretta su i fianchi da bottoni di argento o pure da lacci di seta. Sotto portano la vera tunica senza maniche, qui detta casacca; cuoprono le gambe con calzette di panne blò o verde, ricamate in oro o in seta e ai piedi con pianelle o sia pantofole, coverte di raso color diverso dal fondo, e ricamate in oro o in argento. Nei giorni di lavoro le poverette vanno in campagna con certe pelli cucite alle piante delle calzette, che rassomigliano esattamente alla solee delle antiche figure. La testa viene coverta da un fasciatolo di saia blò, da esse parimenti tessuta con varii fui ed intrecciati ricami in seta degni di Aracne. Il fasciatoio sta legato da un violetto, cioè veletto sottile di bambagia intrecciato con fili di seta di vario colore, e questo ripiegato indietro e pendente a due code compisce un ornato ancor più grazioso che quello del turbante delle donne turche. Il ricamo del fasciatoio vien detto rose-strocche, e il turbante cappelletto".

E’ possibile che in tanta precisione di particolari siano sfuggiti proprio i cordoni così vistosi e interessanti? Non lo possiamo credere e quindi siamo certi che alla fine del settecento, il costume muliebre rimaneva sostanzialmente identico seppure vogliamo concedere qualche piccola differenza a quello usato nei secoli precedenti: con apoteosi di colori molto accesi, niente lacci e niente cappellitto che potesse richiamare in qualche modo quello attuale.

D’altronde il secolo XVIII ci ha fornito il maggior numero di riproduzioni figurative dei nostro costume da non lasciar dubbi sulle sue varie descrizioni, che peraltro, come già facemmo osservare, concordano tra esse alla lettera -----(7.Nel Museo di Capodimonte in Napoli, vi è un’altra riproduzione del costume scannese su un tondo in porcellana applicato in un mobile. Altre riproduzioni :si possono vedere in AGOSTINONI: Altipiani d’Abruzzo, Bergamo 1912 (ristampa) pp. 155, 158. Nella Collezione fotografica del Ministero della P. Istruzione, ai mi. 863941, presso il Gabinetto fotografico della Direzione Generale Antichità e Belle Arti e ne « .1 paesi e te /Oflti della Fiaccola sotto il moggio, ne IL SECOLO XX, Milano 1905, n. 5, p. 409 e segg.).

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