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Numerosi studi e ricerche hanno indagato sulle origini e
l'evoluzione del costume femminile di Scanno ed evidenziano l'interesse
che questo originale abbigliamento ha sempre destato negli antropologi e
negli studiosi.
L'abito femminile di Scanno è simile, almeno nelle sue
componenti essenziali a quello dei paesi della Conca Peligna, dell’Alto
Sangro e della Marsica, zone che confinano con questo straordinario paese
adagiato su uno sperone di roccia lontano da ogni importante via di
comunicazione e perciò poco soggetto a influenze e pressioni esterne.
Proprio a causa di questo isolamento il modo di vestire delle donne di
Scanno, non potendosi confrontare con quello di altri paesi, prese a
evolversi in maniera autonoma, senza modelli a cui ispirarsi.
Se a ciò si
aggiunge la innegabile agiatezza di quasi tutte le famiglie del paese, si
comprende come le donne, soprattutto le più giovani, cercassero, con
accorgimenti vari e costosi ma comunque di cultura autoctona, di
arricchire le diverse componenti del loro abbigliamento, per superare in
eleganza le amiche e le... concorrenti.
Si ebbe così una gonna sempre più
ricca e voluminosa di panno pesantemente lavorato in pieghe strettissime
che cadono perpendicolarmente al corpo allungandosi fino alle calcagna
_foto
1_
E'
confezionata con diciotto metri di stoffa, pesa quindici chili ed è
impreziosita all’interno del bordo inferiore da una striscia di pannolana rosso piuttosto leggero alta non più di dieci centimetri, la
pedéra, che la tutela dalla polvere e dal fango.
L'attuale
costume prevede un solo tipo di gonna, quello di panno verde scuro tessuto
e tinto in paese, mentre fino agli ultimi anni del Settecento _foto 2_
(periodo in cui il costume cominciò a subire delle modificazioni
rimarchevoli) le
gonne
erano di colore diverso e non è improbabile, anche sedi difficile
dimostrazione, che il colore e il tipo di stoffa adoperati stessero a
indicare il ceto e la condizione sociale di chi indossava.
Ju cummudene (il
corpetto) _foto 3_
si differenzia da quelli dei paesi limitrofi oltre che per il tessuto,
che è sempre di panno, anche per a ricchezza delle maniche che sono molto
larghe e che si restringono in minutissime pieghe ai polsi e
all'attaccatura delle spalle.
Si allaccia sul davanti con un’unica fila
di bottoni che termina in un’inattesa bottoniera, la
buttunera a triangolo
rovesciato corredata di sei bottoni posti in doppio ordine _foto 4_.
Nel costume festivo i bottoni sono d’oro e d’argento mentre in quello
giornaliero sono di osso. La pesantezza e la rigidità del tessuto di cui
è fatto, nonché l’esigenza tutta femminile di avere una vita stretta e
snella, costringano questo elegante giacchetto a una forma appuntita
decisamente originale e forse unica _foto 5_.
E' guarnito inoltre da un’orlatura di seta che ne ingentilisce la linea
donandogli una fattezza raffinata e sobria.
Nella svasatura del collo, infine, si affaccia una gorgiera, la
scolla, merletto di squisita grazia e levità lavorato al tombolo _foto
6_
La
mandera
(il
grembiule) è di autentico broccato nel costume festivo, con variazioni di
colore che vanno dal bianco, al giallo pallido, al cilestrino, ed è
spesso traversata da fili d’oro e d’argento _foto 7_
Il costume giornaliero, invece, ha una mandera
di lana molto leggera e raffinata dai colori non appariscenti anche se
ricercati _foto 8_
Ju cappellitte (il
cappellino o cappelletto), la parte del costume che più ha incuriosito e
impegnato gli studiosi, è, come inequivocabilmente dice il nome, un
piccolo cappello composto da tre elementi essenziali: ju viulitte, la tocca e ju fasciatore
_foto9_
Ju viulitte è un
piccolo, preziosissimo velo tessuto con fili di seta, d’argento e
d’oro che le donne di Scanno portavano legato alla testa come un
qualsiasi, comune fazzoletto.
Fu negli ultimi anni del Settecento che le
ragazze, nell’intento di mostrare e valorizzare il loro raro indumento,
presero ad annodarlo in una maniera nuova e diversa sollevandolo dal capo
e tenendolo rigido con una fodera spessa e dura: la tocca.
Aggiunsero poi, per aumentarne la leggiadria. una fascia di seta
azzurra, ju fasciatore,
che ricadendo vezzosamente sulle spalle arricchiva ancor di più
questo nuovo capo di abbigliamento che chiamarono subito il "piccolo
cappello": ju cappellitte.
Nel
volgere degli anni si è giunti con piccoli, naturali ritocchi
all’attuale forma del copricapo del costume femminile di Scanno, tanto
ammirato e anfanato.
La ‘ngappatura ( il cappellino dei giorni feriali che deriva il suo nome
dal latino "cappa" e, quindi, da "cappello") _foto
10_,
è formata da un fasciatore di stoffa non pesante di lana
nera e da una tocca di seta
bianca che ne ingentilisce la foggia. Con l‘adozione del cappellitte
e della ‘ngappatura, cadde
in disuso la rezzola,
a rete in maglie di seta, intessuta anch’essa di fili d’oro e
d’argento, che raccoglieva, tutelandoli dal vento, i capelli delle donne
di Scanno.
Nacquero allora i "lacci”
_foto
11_
variopinti e preziosi cordoncini di seta che, avvolti a spirale alle
trecce, coronano il viso in un alone di colori sorreggendo nello stesso
tempo con eleganza il leggiadro cappellitte.
I lacci acquisiranno poi un loro linguaggio e saranno rossi nella
festa del protettore Sant'Eustachio, azzurri nella festa della Madonna
delle Grazie e marroni in quella del Carmine.
A Natale saranno variopinti
e sgargianti mentre in caso di lutto stretto saranno neri. Il mezzo lutto
sarà ricordato con lacci viola. All’amore sarà riservato il colore
rosso vivo e per il giorno delle nozze la sposina aprirà il catenaccio
_foto 12_
con un immacolato paio di lacci bianchi.
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Il costume
femminile, Marco Notarmuzi
Scanno Guida Storico-artistica alla città e dintorni
CARSA Ed. pag.82-83
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